Questa terra dell'alto Trevigiano a cavallo del bizzoso torrente Muson, ha visto nascere e vivere non una, ma due comunità, Spineda e Manzolino, ognuna con la propria identità e specificità territoriale: Spineda a est del Muson e Manzolino a ovest; due ville (villa è la denominazione del villaggio nella terminologia archivistica tra Quattrocento e Settecento) e due comunità che hanno percorso due cammini paralleli sul piano ecclesiale sino al Cinquecento e sul piano civile sino all'inizio dell'Ottocento.
La montagnola, o motta, di via Boschi (tumulo funerario, ca 2300-1700 a.C?). Foto: anni '50 del secolo XX da Marchetti-Valery, 2000, p.35L’attività umana più antica nell'area di Spineda è senz’altro la cosiddetta 'montagnola di Spineda', nota localmente come ‘montagnola dei Piotti’, che presumibilmente è un tumulo funerario risalente all’età del Bronzo antico (ca 2300-1700 a.C.).
Un’altra, e altrettanto rilevante, testimonianza archeologica di recentissima scoperta è costituita dal sito insediato per lunga durata (almeno 5 secoli), individuato nel 2017 poco a nord del cimitero di Spineda, tra le vie S. Zenone e Fonte, non lontano dalla fondamentale risorsa idrica assicurata dall’Astego, o Lastego, e dal Muson. Qui sono emerse testimonianze romane, in particolare un edificio rustico, databili tra I e IV secolo d.C. e riconducibili ad un ambito rurale compreso nella centuriazione nota come 'Padova nord-ovest'.
Dopo la fine dell’Impero Romano (anno 476), si deve attendere il secolo XIII per rinvenire la prima citazione documentale di Spineda: nel 1223 il villaggio è parte del feudo dei da Romano (noti come Ezzelini), essendo elencato in quell’anno tra i possessi che Ezzelino II, detto il Monaco, assegna al figlio Ezzelino III, poi denominato il Tiranno. Il documento non cita Manzolino, forse perché lo si può presumere tacitamente compreso nell’ambito territoriale di Bessica, in quanto anche quest’ultimo feudo ezzeliniano, ma pure in virtù del legame di soggezione civile ed ecclesiastica alla pieve bessicese che perdurerà sino al 1813, includendo pure Spineda e Loria.
Sotto il profilo ecclesiastico, già a fine Duecento l’antica pieve battesimale di S. Giovanni Battista di Bessica esercita primato giurisdizionale sulle cappelle di S. Bartolomeo di Loria, S. Giustina di Spineda, di S. Giorgio di Manzolino e di S. Colomba di Cassola.
La ‘comparsa’ di una cappella dedicata a S. Giustina è documentata nel 1297; è dischiarata dirutam (in rovina, distrutta) nel 1467 al pari di S. Giorgio, e a essa subentrerà tra fine Trecento e inizio Quattrocento, l’attuale chiesa di S. Antonio Abate, della quale finora non vi era stata citazione alcuna nelle fonti. La dedicazione a S. Giustina, antica come quella di S. Giorgio, perché entrambi culti santorali longobardi (VII-VIII secolo), ha confermato che si tratta fuori di dubbio della prima chiesa di Spineda, eretta nella zona di via Boschi, provvista di cimitero proprio, e quindi, intuibilmente, riferimento culturale di una piccola comunità.
Non solo nella sfera ecclesiale i villaggi di Spineda e Manzolino sono stati soggetti a Bessica, ma anche in quella ‘civile’, stante il primato territoriale della ‘capopieve’ civile bessicese («Plebs Beseghe capitis Plebis»), come appare in atti del Comune medievale di Treviso del 1314, dalla quale dipendono le ‘regole’ (territori) di Loria, Pietrafosca, Spineda e Manzolino.
Dal secolo XV in poi, oltre ai documenti che trattano della chiesa di S. Antonio di Spineda, subentrata alla cappella di S. Giustina, quelli riguardanti la comunità civile si fanno più abbondanti, in particolare dal 19 aprile 1339, quando la Repubblica di Venezia occupa il Trevigiano, cancellandovi la rete delle ‘pievi civili’ medievali (inclusa quella di Bessica) e riorganizzandolo in podesterie, governate da un patrizio veneziano con il titolo di podestà.
Il centro di Spineda nella mappa napoleonica del 1809-1810. Fonte: ASVE, Censo stabile, c.d. Catasto napoleonico, Comune di Spinea con Manzolino, 1338, con rettifiche 1830-1831Con la fine della Repubblica veneta, ufficialmente sancita dal Senato veneziano il 12 maggio 1797 e poi ceduta all’Austria da Napoleone Bonaparte il 17 ottobre 1797 con il trattato di Campoformido, l’assetto istituzionale podestarile a livello locale resiste ancora, ma solo per una decina di anni. Nel napoleonico Regno d’Italia, con Reale Decreto 22 dicembre 1807, le comunità civile perdono la loro antica autonomia di governo: Spineda e Manzolino, ancora separati tra loro, divengono frazioni del comune di Riese che era stato istituito nel 1807 nell’ambito del Dipartimento del Bacchiglione.
Questo assetto istituzionale dura ben poco per Manzolino poiché dei due villaggi il Catasto napoleonico (1809-1910) descrive tutte le proprietà, denominandole complessivamente comune censuario Spineda con Manzolino. Con ciò, l’antica regola estesa sulla riva ovest del Muson viene esclusa dal novero dei comuni censuari (oggetto cioè di rilevazione fiscale) e diventa quasi integralmente un colmello di Spineda.
Spineda vivrà e sperimenterà, con gli abitanti propri e di Manzolino, tutte le congiunture politiche regionali e nazionali nell’ambito del comune di Riese (Riese Pio X dal 30 luglio 1951) dal 1807 al 1819 anche con la frazione di Poggiana e dal 1819 a oggi pure con la frazione di Vallà: il plebiscito e l’unione del Veneto al Regno d’Italia nell’ottobre 1866, le più che precarie condizioni igienico-sanitarie post-unitarie e le connesse malattie (pellagra, tifo, difterite e, nel 1885-1886, colera), le grandi migrazioni verso l’estero di fine Ottocento - inizio Novecento sino agli anni ’60, l’essere paese di immediata retrovia durante la I Guerra Mondiale, il regime fascista, la II Guerra Mondiale, la Resistenza, il drammatico 13 aprile 1945, la Liberazione dal regime nazi-fascista.
Diversa da quella ‘civile’, è la traiettoria che sul piano ecclesiale seguiranno Spineda e Manzolino. La dipendenza dalla pieve di Bessica, complicata dal conflitto acerrimo tra Bessica e Loria per la residenza del pievano (trasferitosi a Loria nel 1469 a causa della sopravvenuta inabitabilità della canonica bessicese allagata da un’esondazione del torrente Pighenzo), permane, con tutti i suoi vincoli e gravami dal secolo XIII sino allo smembramento della pieve di Bessica disposto il 26 agosto 1813 dal vescovo di Treviso, in un quadro politico-territoriale completamente mutato per l’avvenuta istituzione, il 22 dicembre 1807, dei comuni di Loria e di Riese.
Da quell’anno Bessica perderà la primazia pievana e le parrocchie di Loria e Spineda acquisteranno il riconoscimento di parrocchie autonome dalla pieve di Bessica, quindi non più semplici curazie, disponendo per contro di piena autonomia nella cura pastorale.
13 aprile 1945: l'incendio di Spineda
nella cronaca del parroco di allora, don Cesare Galliazzo (S. Giuseppe di Treviso 1900 - Spineda 31 marzo 1966)
L'antefatto
L'11 aprile (1945) si registrano ben 5 azioni [di partigiani contro repubblichini e tedeschi], l'ultima della sequenza è quella da cui scaturisce il dramma di Spineda. Don Galliazzo scrive in terza persona: "il giorno 11 aorile 1945 verso le 17 legali, il Parroco venne chiamato d'urgenza mentre preparava alla confessione i ragazzetti: «al bivio del Manzolino ci sono tre tedeschi che si sono sparati addosso» (n.d.a.: sono le parole dell'anonimo interlocutore del sacerdote). Munito dell'Olio santo, in bicicletta corre nella località suddetta ed in casa Armellini trova giacenti su paglia, in una pozza di sangue, un maggiore tedesco Comandante la polizia segreta di stanza ad Onè di Fonte, un Sottotenente italiano e un Carabiniere tedesco: il maggiore era ferito gravemente alla testa, il sottotenente ad una gamba e il Carabiniere all'intestino". Il sacerdote testimonia di avere confessato il maggiore, il quale, tuttavia, non ricorda alcunché dell'accaduto. [...]
Mauro Pigozzo, scrittore e giornalista di Riese Pio X, autore di un libro su questi fatti edito nel 2005, 13 APRILE 1945. SPINEDA IN FIAMME, LA MEMORIA 60 ANNI DOPO, scrive nel suo libro: «In sostanza, ci fu un conflitto a fuoco tra un gruppo di partigiani che non erano residenti nel paese e un gruppo di nazifascisti ...». I quesiti di Pigozzo sul perché i due gruppi si siano scontrati, pur se l'interrogativo rimane senza risposta certa, sono e rimangono due: "I partigiani erano di passaggio per punire un fascista che commetteva ruberie, o per recarsi a Bassano ad impossessarsi di divise tedesche con le quali poi liberare dei prigionieri ad Asolo? E i tedeschi erano sul posto occasionalmente, o avevano obiettivi da perseguire?".
L'incendio
Alle 7 del mattino di quel venerdì 13 aprime 1945 arrivano a Spineda, in paese, camion tedeschi e repubblichini per dare inizio al rastrellamento della popolazione. La rappresaglia nazifascista è condotta dal comando di Bassano del Grappa: "erano circa 260 soldati" scrive Mauro Pigozzo"delle SS italiane, della X Mas, della Falke, dell'Aviazione, e tra loro erano presenti anche alcuni tedeschi".
Della terribile giornata, è testimone partecipe e dolente cronista il parroco, don Cesare Galliazzo, il quale ne rende conto nella sua Cronistoria compilata a dicembre dello stesso anno. Il testo del sacerdote è fuori di dubbio documento di base per raccontare questo giorno drammatico, pertanto lo si trascrive come fonte primaria.
Dopo lo scontro dell'11 aprile e la morte di un maggiore tedesco e di un repubblichino, la notte e il giorno del 12 trascorsero senza alcuna "novità nel paese, che d'altra parte", scrive don Cesare, "si sentiva relativamente tranquillo, per non aver avuta parte di sorta nel fatto. Invece venerdì mattina 13 aprile 1945 si scatenò il più violento uragano di odio fratricida! Il parroco sottoscritto finita la S. Messa, viene avvertito dalla moglie del Podestà, orante in chiesa, che è in atto un rastrellamento: di fatto si sentiva il correre pazzo di auto militari. Egli [don Cesare parla in terza persona] fa per andare in piazza, ma un ufficiale tedesco lo prende, con l'ordine, non eseguito, di vestire gli abiti borghesi: incolonnato con altri parrocchiani, (ci) circondano urla e pianti: una donna urla che i soldati rubano a casa sua - l'intervento del sacerdote ottiene che egli venga malvagiamente spinto contro un pilastro, con la faccia al muro, guardato da un ufficiale tedesco con mitra spianato. [...]
Donne, ragazze, uomini, vecchi, bambini, lattanti furono cacciati dalle loro case, portati con modi malvagi nella piazza del paese: gli uomini da una parte e le donne dall'altra. Dalla vicina villa Micheli furono fatti salire su un camion tutti gli ospiti ed i proprietari e condotti verso Fonte, mentre la ricchissima villa era oggetto delle più brutale distruzione e saccheggio di opere d'arte (un Mantegna, un Wolgemut, ecc), arazzi, tappeti persiani, mobili antichi, oggetti preziosi e gioie! Segui una perquisizione in Chiesa, in Sacrestia, in Canonica, da parte di due ufficiali, con la presenza del Parroco, mentre la gente attendeva in piazza con il Podestà del Comune, vittima anche lui del rastrellamento e della rappresaglia. Fu dato l'ordine di palesare in tre minuti il nome dell'uccisore del maggiore tedesco, sulla via di Asolo, e trascorsi senza che nessuno fiatasse, con i documenti alla mano gli uomini furono passati in rivista.
Le donne ebbero ordine di tornare a casa per trasportare fuori la masserizia, poiché fra poco temo Spineda sarebbe stata cannoneggiata da Bassano del Grappa e distrutta. Indescrivibile la scena! I vecchi furono lasciati in libertà; 58 uomini di varia età, in maniche di camicia, con gli zoccoli, come erano stai prelevati dalle abitazioni, con il Parroco, furono trasportati a Bassano, a piedi, scortati da dieci manigoldi che ad ogni passo minacciavano di far saltare le cervella a chi osasse sfuggire. [...]
La colonna dei prigionieri, avviata verso Bassano, quando raggiunse Ca' Rainati di S. Zenone degli Ezzelini, udì forti detonazioni, vide alte colonne di denso fumo, innalzarsi da Spineda. Forse bruciavano qualche casa laddove avvenne il ferimento? Mai più. La soldataglia italiana, con pochi capi tedeschi, si accanì dalla parte opposta del luogo del ferimento, e con lanciafiamme e materiale incandescente aveva dato fuoco ed arse ben 17 abitazioni, altre ne avevano bruciato in parte, asportando, distruggendo, rubando, annientando scorte di animali da stalla e da cortile, biancheria, mobili. alimenti, denaro, depositi di cereali, mezzi di trasporto e quanto poteva capitare in quelle mani! Cose da impazzire: alte lingue di fuoco, fumo denso, mitraglia e fucileria, urla , pianti, invocazioni, muri che crollavano, travature che rovinavano appiccando il fuoco a quanto poteva essere salvato; donne disperate con i figli al collo; bambini che urlavano; vecchi che piangevano! [...] tanto era il terrore della gente e la feroce, inaudita criminalità delle brigate nere e dei pochi tedeschi delle SS. Al suono della campana a martello dei paesi vicini si mosse la gente per recare aiuto e conforti; prima non fu possibile a nessuno di entrare in Spineda".
Schizzo planimetrico e alcune delle case distrutte (rielaborazione e correzione della cartina e delle foto a cura di Giorgio Cividal)
La Cronistoria di don Galliazzo prosegue con la fase della deportazione dei 58 uomini a Bassano, fino alla loro liberazione avvenuta il 24 aprile, con il rientro in paese "accolti, lungo la via nei paesi e specie in parrocchia da una indimenticabile dimostrazione".
Un resoconto della devastazione è stato ricostruito dal Mauro Pigozzo nel citato suo libro sulla base della documentazione compilata dagli uffici comunali e conservata nell'archivio comunale riesino. Il computo dei danni, alla data dell'8 agosto 1945, come esposti dal sindaco di Riese al Genio Civile di Treviso, dichiarava 18 fabbricati completamente distrutti, 7 gravemente danneggiati e 5 lievemente danneggiati. Successivamente fu elaborato un ulteriore elenco da cui risultavano coinvolte nell'incendio e sue conseguenze 28 famiglie e 190 persone; quanto alle case, 19 erano totalmente arse e 9 parzialmente.
Fonte: estratto da Giacinto Cecchetto, Spineda: storia e storie di donne e uomini di terre e acque, 2024, Parrocchia Sant'Antonio Abate di Spineda
